Genova 2001 si aggiunge al tristissimo elenco di pagine vergognose della storia di questo paese.
Un ennesimo mistero, in questo caso relativo alle responsabilità di chi doveva tutelare i pacifici e prevenire i violenti.
Un mistero come sia stato possibile che pochi sottoposti abbiano avuto la possibilità di rompere teste e denti e mascelle e braccia ai pacifici occupanti della Diaz, sfuggendo al controllo dei propri comandanti.
Un mistero come sia stato possibile sospendere le garanzie costituzionali a Bolzaneto con l’umiliazione e le percosse e il sequestro di decine di manifestanti pacifici.
Un mistero come sia stato possibile lasciar fare i “Black Block” e caricare l’autorizzato corteo delle Tute Bianche (bianco e nero: sono abbastanza diversi e distinguibili anche da un daltonico, o no?).
Un mistero cosa facessero i vertici di AN nelle sale operative dei carabinieri e della polizia nei giorni del G8.
Non è un mistero che allora fosse in carica un governo Berlusconi e che oggi, nei giorni della sentenza sulla Diaz, ci sia nuovamente e che tutti gli allora vertici delle forze dell’ordine presenti a Genova, siano stati promossi a incarichi superiori, quasi “premiati” per quanto fecero.
Non è un mistero che un ragazzo sia stato ucciso in piazza Alimonda in circostanze, queste sì, ancora misteriose, e non è un mistero che sia stata addossata tutta la colpa a un giovane carabiniere che avrebbe esploso il colpo mortale, senza che nessuno dei suoi comandanti sia stato coinvolto in una responsabilità, perlomeno indiretta.
Non è un mistero che con Genova 2001 si sia assestato un colpo mortale al movimento no-global che da allora è sparito dalla ribalta mediatica mondiale, ricacciato nell’underground dal quale non può fare troppi danni.
Qualcuno dal centrodestra dice, con soddisfazione, che, con questa sentenza sull’assalto alla Diaz, si è smontata la tesi del complotto: sono d’accordo, il complotto è parola che evoca situazioni ottocentesche, pochi uomini intorno ad un tavolo illuminato da lampada ad olio e armati di polvere da sparo, corde e coltelli.
A Genova non si è trattato di un complotto, ma della messa in opera di una strategia complessiva volta a ridimensionare un movimento di massa che ambiva a ridiscutere gli assetti di quel potere che ha reagito nell’unico modo che gli permettesse di restare saldamente al proprio posto: con la forza bruta.