Un giorno intero per riprendermi.
Dopo mezz’ora ero più stanco io, comodamente seduto in tribuna, che lui che non ha preso una pausa (di quindici secondi, forse) se non dopo cinque canzoni.
Era il 15 giugno 1988, il mio compleanno, la mia prima volta con Bruce Springsteen dal vivo. Lo so, lo so, avevo perso il mitico appuntamento del giugno 1985 allo stadio SanSiro, ma che ci volete fare ero giovane e scapestrato.
Il giorno del mio compleanno quindi: ore di fila con l’amico Paolo (lui, il vero springsteeniano della primissima ora che a San Siro era andato), poi un piccolo diverbio all’entrata e qualche ora di trattenimento da parte della Polizia fuori allo stadio (avevano sbagliato persona, quello che li insultava era due passi avanti a me, ma con qualcuno se la dovevano prendere…), poi quindici minuti prima dell’inizio mi rilasciarono e lì si compì il primo miracolo. Il giorno dopo riandammo (due concerti a Roma esauriti…) e poi una lunga serie con la mitica E street Band, solo, con la Seeger Session, fino a domenica, nuovamente con i mitici compagni di viaggio dei tempi dello Stone Pony.
Il Boss del New Jersey è tornato a Roma per tenere fede alla promessa di condividere ancora una volta la sua sana energia fatta di puro, tagliente e vigoroso rock ‘n roll.
Promessa mantenuta. La set list è una dichiarazione di amore per il suo pubblico, almeno per me, un florilegio da spaccare il cuore a chiunque conosca tutti i suoi pezzi, compresi i lati B di singoli usciti solamente in Usa, ma anche a chi lo abbia frequentato saltuariamente e ne ricordi solamente le canzoni più famose o recenti.
La sua produzione è talmente vasta che non basterebbero otto ore per soddisfare tutte le aspettative di ciascuno dei 40mila venuti a sudare la propria anima insieme al re del r’n’r che riserva la parte centrale del concerto alle richieste dirette del pubblico: e così escono I’m on fire per la fan prossima alle nozze, surprise surprise per la ragazza sua compatriota (mentre rimane fuori drive all night nonostante i fogli con la richiesta, inquadrati dalle telecamere, fossero ben più d’uno).
A me sono state dedicate, pur non avendo preparato biglietti e non essendo comunque in grado di farglieli arrivare da dove ero, Johnny 99 (elettrica, tirata e bellissima), American Skin (cupa e dolorosa, ispirata all’uccisione di un innocente ragazzo di colore da parte della NYPD del Sindaco Giuliani e che trovo di tremenda attualità nell’Italia di Aldrovandi e Sandri) e Thunder Road perché l’attacco di armonica e l’incipit “the screen door slams mary’s dress waves like a vision she dances across the porch as the radio plays Roy Orbison singin’ for the lonely Hey that’s me and I want you only …” per me sono la quintessenza della poetica del Boss, quella che me lo ha fatto amare di quell’amore che è “for ever and ever” senza discussioni, anche quando produce dischi minori come working on a dream o il duo human touch/lucky town o si tinge i capelli (e magari se li rinfoltisce come un berlusconi qualsiasi) o, lo voglio dire ché ce l’ho qui da troppo, lascia un fiore come Julianne Phillips per quella roscia insipida di Patty Scialfa, l’ho detto, oh!
Tre ore di musica rigenerante, di canzoni cantate insieme svociandosi subito ma continuando a scandirne i testi, tutti, anche nelle varianti che dal vivo, in genere, fa.
E quando per salutare, sulle ultime note di La Bamba mischiata su Twist&Shout, fa roteare una decina di volte la mitica “Fender guitar” (quella che suo Padre, Douglas, chiamava “that god damned guitar”, but he didn’t know then …) il cerchio si chiude: ancora un volta siamo stati battezzati alla religione del rock ‘n roll, l’abbiamo celebrata, consacrata e ne siamo stati rigenerati. Ora possiamo riprovare a vivere la nostra vita con un briciolo di energia, speranza e confidenza in più.
Thank you again Mr. Springsteen: where fortune is not kind, Boss you’re my lucky day.
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Now playing: Bruce Springsteen – Live in Milano 21 06 1985 – Johnny 99
via FoxyTunes