Cosa c’è dietro il carrello della spesa.
Questa storia che ogni volta che c’è una storia anonima di sfruttamento, c’è sempre un’anima bella (guarda caso un lavoratore autonomo) che si alza e dice: “tu lavoratore dipendente vessato e sfruttato alza la testa e ribellati, fai come me” è lo splendido alibi dietro il quale in questi ultimi vent’anni si è potuto scardinare qualunque tipo di tutela del lavoro, con la complicità dei sindacati, a loro volta vittime della loro miopia, ma anche del pensiero unico per cui il lavoro è un fatto meramente individuale anche quello dipendente, svolto all’interno di organizzazioni più o meno grandi, cosa che assolutamente non è, sia in termini di autonomia, sia in termini di (eventuale) successo economico che in quello di capacità di contrattazione delle proprie condizioni. Il Sindacato ha le sue responsabilità, altrettante, se non di più, ne ha avute il martellamento culturale per cui gli operai non esistevano più, e in quanto tale perché preoccuparsi di tutelarne il lavoro: tutti, a prescindere dal tipo di occupazione, sarebbero diventati padroni del proprio tempo, liberati dal giogo del lavoro ripetitivo e vai berciando. Che cosa è una cassiera di un discount se non un operaio in catena di montaggio? E se la catena di montaggio non esiste l’operaio non esiste e alzare la testa e ribellarsi è impossibile ché nessuno potrà certificare il disagio di una cosa che non esiste. Questa enorme operazione di rimozione culturale della “potenziale” schiavitù di alcuni lavori permette queste condizioni di sfruttamento e, ribellarsi da soli non è questione di coraggio è questione di sopravvivenza.




